Forse è la foto alla quale tengo di più, tra le tante scattate in quella terra magica che è l’Islanda. Mi riporta alla memoria un viaggio nell’entroterra, che poi, lassù, è come andare sulla luna. Lande estreme, disabitate, brulle, solcate da corsi d’acqua copiosi che bisogna guadare, sottoposte ad un clima respingente e imprevedibile. Le nevicate sono possibili anche d’estate.
I circa cento chilometri di distanza ai quali si trovava l’area geotermica di Hveravellir, la più grande dell’isola, me li sono fatti con un piccolo Suzuki Jimny – noleggiato per l’occasione – sotto un vero diluvio.
Le innumerevoli, grandi buche della strada sterrata erano colme fino all’orlo. Te le trovavi davanti, una dopo l’altra, e non sapevi mai quanto fossero profonde. Entravi piano pregando che non lo fossero troppo e ogni volta era un’emozione forte, che, sinceramente, avrei preferito evitare. Intanto la pioggia torrenziale continuava, sempre più forte e senza sosta. Mai visto un diluvio così.
Alla fine il viaggio terminò senza grossi inconvenienti e, una volta lassù, restai qualche giorno dormendo in tenda ed esplorando, incantato, la meraviglia di quel luogo che non finiva mai di stupirmi. Ma era la luce giusta la mia ossessione. Era lei che stavo cercando.
Un giorno, all’improvviso, la temperatura scese e raggiunse i meno 8 gradi. La mattina trovai la tenda e il paesaggio trasformati da una spolverata di neve farinosa.
Il ritorno fu ancora più avventuroso e ricco di emozioni dell’andata, perché la temperatura gelida aveva trasformato la strada in uno strato di ghiaccio quasi continuo, costringendomi ad una lenta e tortuosa gincana.