Nella notte era caduta almeno mezzo metro di neve e ora un candore totale aveva trasformato la montagna. Tutto era silenzio, solo qualche debole folata di vento ogni tanto. La strada per il passo ormai impraticabile faceva prevedere assenza di traffico per qualche giorno.
Mi sentivo emozionato, quasi eccitato da quel paesaggio precocemente invernale, dalla solitudine e dal silenzio: neanche un’anima intorno, mentre mi muovevo cauto in cerca delle pernici. Che privilegio, la fortuna mi arrideva e non vedevo l’ora di trovarle e fotografarle.
Ogni tanto il verso delle pernici bianche, rauco e gutturale, si diffondeva nell’aria sospesa. È un suono ancestrale, un richiamo che sorprende ogni volta che lo senti. Lo trovo evocatore di tempi remoti e si addice perfettamente a queste figlie del freddo, che ora lottano per la sopravvivenza contro il cambiamento climatico e contro gli uomini che ancora insistono a cacciarle, come se non avessero già abbastanza problemi.
Finalmente le trovo. Sono tre, becchettano gli scarsi steli emergenti e scavano nella neve sul pendio ripido in cerca di germogli e foglie di salici e altre piante alpine nane, loro unico cibo d’inverno. Seguo a distanza i loro movimenti sicuri e mi godo la scena tranquilla – un esempio di perfetto adattamento di una specie al suo ambiente – mentre spero, in cuor mio, che il loro canto possa continuare a risuonare sui pendii delle nostre montagne per molto tempo ancora.